29/09/2011 | MUSICA | INDICE NOTIZIE
LA STORIA DI JESSIE EVANS
di Jessica Dainese
Questa è la storia di un'affascinante sirena delle tenebre, e di come, dopo un'avventura nella terra del sole, si è trasformata in un curioso incrocio tra una flapper e una zapatista, che marcia a tempo di ritmi new wave suonati da una banda di mariachi.   

C'era una volta un'ardita bambina che viveva su una nave. Il suo nome era Jessie Evans. Era nata a Fort Bragg, una deprimente cittadina portuale sulla costa della California del nord. Suo nonno era un marinaio, così come il suo patrigno.

 

Ma la nave di quest'ultimo era di qualità scadente, e finì per schiantarsi contro le rocce della costa della Nuova Scozia. Jessie era a bordo durante il naufragio, e lo ricorda come un momento molto eccitante. Aveva quattro anni. Amava l'azione, e amava la musica, tanto che nello stesso periodo inizia a studiare il violino. A 12 viene sbattuta fuori dalla banda musicale della scuola per essersi calata un acido. A 18 anni se ne va di casa. Compra un biglietto di sola andata per Londra, e viaggia attraverso l'Europa suonando il suo sax per strada e dormendo in posti di fortuna. Poi torna in California, a San Francisco. Suona il sax nel quartetto femminile punk-goth Subtonix, e il basso nei The Knives.

 


Nel 2001 fonda The Vanishing, trio death-rock che rapidamente conquista le anime cupe di entrambe le parti dell'oceano. Il loro ipnotico sound evoca i Crass, i Chrome e i Suicide, con una Cyndi Lauper sconvolta al volante e visionari testi sci-fi. Pubblicano due album: Songs for Psychotic Children (nel 2003, per GSL) e Still Lifes Are Failing (nel 2004, per la Fatal di Hanin Elias).
Nel 2004 The Vanishing, nel frattempo diventati un duo, si trasferiscono a Berlino. Venti minuti dopo essere scesa dall'aereo, Jessie Evans incontra Bettina Koster. La Koster, voce e sax delle mitiche Malaria!, e Jessie, capelli scompigliati, sopracciglia depilate e cappello da pilota, sentono di avere molto in comune, e diventano subito amiche. Decidono di fare un disco insieme: Autonervous è il nome del progetto e dell'album, che esce nel 2006 e che rappresenta il culmine dell'interesse della Evans per la new wave, il legame tra due grandi artiste di due generazioni e paesi diversi.


Sciolti The Vanishing (nel 2005), Jessie inizia a costruire “l'astronave che la porterà verso il sole”. Is It Fire? è il titolo del suo primo album solista, uscito nel 2009 per la sua etichetta, Fantomette. I nomi degli artisti che hanno collaborato al disco sono prestigiosi: Toby Dammit (Iggy Pop, Swans), Budgie (Siouxsie and the Banshees, The Creatures), e poi Martin Wenk dei Calexico, etc.


“È importante rendere merito a chi ha creato le fondamenta della mia musica, e il modo migliore è lavorandoci insieme”, mi spiega l'artista, “Non ho radici nel mio sangue: sono nata in America, un posto che fu conquistato dagli europei, i quali distrussero tutto ciò che si trovava lì prima di loro. Le mie radici sono nella musica, è questo il filo che mi connette al passato: new wave, rock'n'roll, punk, jazz”.


È a Faenza che la incontro, dove, nell'ambito dell'evento musicale Showindow, è stata protagonista di uno spettacolo particolare, nella vetrina di un negozio di abbigliamento!


È stato così bizzarro, surreale, come un film di Fellini...”, mi confida dopo lo show, “Eccoci lì, dietro al vetro, e siccome era sera, e noi eravamo in vetrina con le luci accese, non riuscivo a vedere la gente fuori, vedevo solo il riflesso di me stessa. Una vera metafora del disagio che ci può essere nella performance”.


Vedere Jessie Evans in concerto è un'esperienza elettrizzante. Lei, così esile, che suona il sax con tutto il fiato in corpo, gli abiti carnevaleschi. E poi, sorpresa, esce dalla vetrina (o scende dal palco) e si mischia tra la folla, ballando. “Voglio essere lo sciamano del rituale, il conduttore. Voglio portare l'audience in crociera da qualche parte. In mare aperto, o nello spazio cosmico”, dice Jessie, e continua: “Credo che, al giorno d'oggi, il concetto di intrattenimento sia distorto. La gente va ad un concerto e sta lì a guardare, non si fa coinvolgere veramente. Ciò è noioso. Sto cercando di svegliare fuori questa gente. Desidero ritornare ad un tipo di celebrazione più ritualizzata, dove tutti possiamo ballare e sentirci bene. Succederà. Siamo soltanto all'inizio di una nuova era. Una nuova età dell'oro, prima che la prossima merda colpisca il ventilatore”.


Is It Fire?, così solare e gioioso, potrebbe disorientare i fan di vecchia data della Evans.
Ero una teenager quando ho iniziato a suonare, e trovavo affascinante il lato oscuro. Ma era una specie di facciata. Avevo paura di mettere in piazza la vera me stessa. Solo ora sto sviluppando la mia voce. Molti cambiamenti sono avvenuti lavorando con le drum machine. Appena ho iniziato ad inventarmi i miei ritmi, la musica ha cominciato a prendere un'altra forma. Inoltre, da quando vivo a Berlino (che è una città molto dark!) ho iniziato a desiderare qualcosa di più tropicale. La musica è come sognare. Dipingi un'immagine di dove vorresti essere, e poi è li che ti trovi”.


Il cuore del disco è stato creato a Berlino. “Ci ho lavorato in camera mia durante il lungo inverno. Mi sentivo sola, e cercavo qualcosa che andasse oltre a ciò che vedevo nelle immediate vicinanze. L'album esprime la mia disposizione d'animo al tempo: un desiderio di portare le cose al livello successivo, di fondermi con qualcosa di più divino. Era un periodo strano della mia vita, perché avevo sciolto gli Autonervous e stavo ricominciando da capo. Faceva paura, in un certo senso. Ma era anche eccitante, perché stavo facendo queste cose da sola”.


Poi Jessie e Toby decidono di andare a finire l'album in Messico. “Lì abbiamo lavorato con Pepe Mogt del Nortec Collective, che è stato un'enorme influenza sul sound e sulle vibrazioni dell'album. Ascoltavamo un sacco di mariachi, e qualsiasi cosa trovassimo nelle stazioni di servizio. La scena elettronica in Messico è interessante. Stanno uscendo dei suoni veramente nuovi, un mix di suoni tradizionali e moderni. Bands come Afrodita, Nortec Collective, Sonido Desconocido”.


Dico a Jessie che ho letto una sua affermazione che faceva più o meno così:Non ho mai voluto usare la musica come un mezzo per sfogare i miei drammi personali, ma per creare un paradiso in cui possiamo fuggire”. Le chiedo se non può essere “pericoloso” rifugiarsi nella musica, o in altri paradisi artificiali, in un certo senso.
Credo sia pericoloso pensare troppo”, mi risponde. “È pericoloso guardare le news.  Credere negli eroi, nelle celebrità, o nei politici. Fare quello che ti dicono di fare. Stare in riga. Non mettere in discussione l'autorità. Credere troppo nella tecnologia. Credere che le comunità che costruiamo attraverso internet dureranno, che l'arte digitale durerà. È pericoloso dare importanza a quello che pensano gli altri. La religione è pericolosa.
E rifugiarsi nella musica, è pericoloso? No. La musica è salvezza. La musica è uno dei fili che connettono le persone dall'origine dei tempi. Perché il piacere, la bellezza, il desiderio di elevarsi ad un piano superiore, sono considerati pericolosi? Perché quando le persone si accorgeranno della vera connessione che hanno, senza denaro, senza autorità o filosofia imposta dalla religione, avranno il potere. Dobbiamo unirci, dobbiamo creare delle comunità. Riprenderci il potere e metterlo nelle mani del popolo
”.


Stupita dalla risposta, le chiedo dove si colloca politicamente.Non mi sono mai davvero interessata di politica. Ma, come mi ha recentemente ricordato mio papà, se ti importa delle persone, allora ti importa della politica. Penso che la gente dovrebbe imparare a pensare con la propria testa.

 Rendersi conto del potere che ha. Sbarazzarsi dei sistemi attuali, perché non sono per niente a nostro vantaggio. Ci sono molte più persone che politici, eserciti e forze di polizia. Perché allora permettiamo a questi prepotenti di dettarci ordini su come dovremmo vivere la nostra vita? In vita mia, non ho mai votato. Non c'era mai nessuno che mi sentissi di appoggiare. Obama è la nuova pop star. È asceso alla celebrità perché porta alle masse l'idea della speranza, non solo in America, ma in tutto il mondo. Ciò è molto pericoloso, perché con la sua entrata in scena, le persone sono state placate facendo loro credere che qualcuno al potere farà dei cambiamenti, farà la cosa giusta. L'America era sull'orlo della rivoluzione, la gente ne aveva fin sopra i capelli di Bush e tutto ciò che rappresentava, ma non appena Obama è entrato in scena, tutti hanno pensato: siamo salvi. Ma non è davvero lui che prende le decisioni, lui è soltanto uno strumento per i ricchi banchieri che realmente governano gli USA, e che stanno pianificando il Nuovo Ordine Mondiale. La BANCA mondiale. La gente deve seriamente svegliarsi e odorare cosa si sta cucinando proprio sotto ai loro nasi”.


Un piatto dal fetore nauseante.
La storia ci ha mostrato più volte la tirannia di coloro che sono sopraffatti dall'ingordigia e dalla sete di potere. Ma non c'è modo di fermare il potere dei popoli che decidono di non voler prendere parte a questo programma. Ogni singola persona lì fuori rappresenta il cambiamento più grande immaginabile, e tutto inizia da una singola fiamma dentro ciascuno di noi”.


Qual è il ruolo di un artista in tutto questo?Come artisti dobbiamo unirci per formare una comunità. Dobbiamo lavorare insieme per promuovere la consapevolezza. C'è così tanta apatia al momento, ed è davvero scoraggiante. Ma è solo perché la gente è stata inondata da troppi media, e stanno attraversando la loro vita come sonnambuli. Non è troppo tardi per tirar loro le coperte”.


E l'Italia?
Amo il vostro paese. Amo il caffè, buono ovunque. Amo le persone, bellissime, divertenti e a volte così decadenti. Amo il cibo. Politicamente, è una storia diversa: la lenta caduta di un grande impero”.

 

da Ritual N. 44, giugno/luglio 2010


Foto

 

Vai al concerto di Lydia Lunch, Jessie Evans e Beatrice Antolini per Territorio Musicale d'autunno 2011

Fonte: Redazione_Territoriomusicale.it

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