17/10/2008 | MUSICA - Ferrara | INDICE NOTIZIE
INTERNAZIONALE 2008 / INTERVISTA ALL’ORCHESTRA DI PIAZZA VITTORIO
di Saul Marcadent

"L'anima libera è rara, ma quando la vedi la riconosci

soprattutto perchè provi un senso di benessere quando le sei vicino".

Bukowski

 

Asia, Africa, Europa, Americhe.

Ecuador, Stati Uniti, Tunisia, Marocco, Senegal, Ungheria, Cuba, Argentina, Italia.
L’Orchestra di Piazza Vittorio nasce a Roma nel 2002 da un’intuizione dell’ex tastierista degli Avion Travel Marco Tronco e racchiude al suo interno continenti, Paesi, città, culture e sensibilità diverse.

È un’orchestra internazionale. E Internazionale è la rivista che l’ha invitata sabato quattro ottobre a “raccontarsi” in Piazza Municipale a Ferrara.

Il concerto in occasione di Internazionale a Ferrara. Weekend con i giornalisti di tutto il mondo, scuote la notte e perfino il vento per un paio d’ore, arresta il suo corso fermandosi ad ascoltare.
L’ensemble gioca sul palco, scambiandosi i ruoli, improvvisando passi di danza, divertendosi a ri-arrangiare brani tradizionali di vari Paesi.

I suoni blues, jazz, etnici s’insinuano distratti tra i capelli, mentre le dita tamburellano a ritmo sulla spalla del vicino. È un ritmo pop nella sua accezione più autentica quello che vibra energico nel blu della notte. E arriva in faccia come un’onda forte, che travolge e mozza il fiato. Un suono che s’introduce facilmente nelle orecchie ed evoca mondi possibili. Quei mondi che vivono silenziosi dentro i nostri atlanti rilegati e che chiedono di essere osservati, amati, ascoltati.


Prima del concerto, nel tardo pomeriggio, Pino Pecorelli, bassista dell’Orchestra di Piazza Vittorio, tra un aneddoto e un sorriso, ci racconta qualcosa sul presente dell’Orchestra.

 

Negli ultimi due anni sono accadute molte cose: un tour mondiale che ha raggiunto Broadway, un concerto al Teatro dell’Opera a Roma e la reinterpretazione del Flauto Magico di Mozart. Come ve lo spiegate un tale successo?

In realtà ci è difficile dare una spiegazione a un tale successo. Le occasioni per montarsi la testa le avevamo e invece siamo ancora qui, con lo stesso spirito di sei anni fa. Negli Usa speravamo nel successo grazie alla nostra integrazione razziale, perché comunque quel popolo è per DNA multirazziale. Tuttavia la reazione è stata completamente diversa, quasi folle. Forse è la qualità musicale che ci contraddistingue, perché i musicisti di Piazza Vittorio non sono dei poveracci raccolti per strada, sono grandi musicisti che comunque, anche senza l'Orchestra, avrebbero avuto un futuro nel loro strumento. Forse perché il pubblico vive la performance.

 

Voi siete un gruppo che ha avuto origine dalla realtà’ multietnica di Roma. Alla luce dei recenti episodi di violenza e discriminazione, avvertite un clima diverso, più intollerante rispetto al passato?

Non si avverte direttamente sull’Orchestra perché questa appartiene all’universo culturale, ed è una realtà che va oltre la quotidianità. Il lavoro del musicista è talmente straordinario che non ti permette di realizzare pienamente ciò che succede fuori. Ad esempio, viaggiare all’estero obbliga ad entrare in contatto con persone di elevato spessore culturale, e consente di vedere le cose con un’ottica diversa rispetto a quella dello straniero che abita nella periferia romana. Certo, il clima sociale si è indubbiamente inasprito e, rispetto alla scorsa amministrazione, ci sono una minor incentivazione delle attività culturali e una diversa gestione degli spazi d’aggregazione. Questo comunque ci tocca solo marginalmente, perché l’Orchestra è sempre stata indipendente dalle giunte politiche e non ha mai ricevuto aiuti né da destra né da sinistra.

 

Che lingua si parla  tra voi?

Il romano (ride, ndr).

 

Come riuscite ad integrare e armonizzare tante culture diverse?

Io sono l’unico ad essere originario di Roma e conoscere loro mi ha certamente cambiato. Mi ha costretto a vivere la città in modo diverso e a cimentarmi con delle realtà con cui, probabilmente, non sarei mai entrato in contatto se non in modo transitorio. La musica è il nostro linguaggio: è universale, si ascolta e non ha mai bisogno di spiegazioni.

 

Due anni fa avete dichiarato che vi avrebbe fatto piacere che qualche compositore scrivesse musica per voi. Adesso state suonando Mozart, non avete trovato nessun vivente?
Mozart in realtà è una sfida favolosa e di musicisti, è vero, non ne abbiamo trovati. Ma in compenso sulla nostra strada è arrivato Bob Ezrin, il produttore, tanto per dirti qualche nome, di The Wall dei Pink Floyd, degli U2, dei Kiss e di Berlin di Lou Reed. Ci ha chiamati lui, ha voluto lui produrre il disco che stiamo preparando. Un giorno stavamo suonando davanti a lui, gli arriva una telefonata e ci dice: "Al telefono c'è The Edge (chitarrista degli U2), suonate qualcosa per lui!". Una situazione per me quasi irreale.

 


Introduzione di Saul Marcadent

Intervista a cura di Matteo Musacci e Giulia Zaccariello 

 


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Internazionale 2008/Cuba, prove Tecniche di Transizione - di Giulia Zaccariello

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Fonte: Redazionet Territoriomusicale.it

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