04/03/2010 | TEATRO - Pesaro e Urbino | INDICE NOTIZIE
MOLTO RUMORE PER NULLA. IL BELLO TRIONFA SEMPRE
di Stefano Mauro - Territoriomusicale.it

Gabriele Lavia ha presentato la sua versione della commedia di Shakespeare
al Sanzio di Urbino.

Gabriele Lavia con il suo “Molto Rumore per Nulla” rivisita la commedia Shakespeariana adottando una forma teatrale simile alla commedia dell’arte, sia nello stile recitativo che nel rapporto tra attori e pubblico.

Prima dell’inizio dello spettacolo un attore in scena legge un comunicato di denuncia.
E’ un atto di protesta contro il taglio al FUS, il Fondo Unico dello Spettacolo operato dal Governo.
Così gli attori informano il pubblico sullo stato critico del teatro in Italia e sui diritti negati ai lavoratori dello spettacolo che chiedono ora dignità e lo fanno manifestando il proprio dissenso nei teatri d’Italia.

Il bravo lavoratore dello spettacolo che legge il comunicato, Lorenzo Lavia, l’attore che interpreterà poi Benedetto, ci fa pensare per un attimo a cosa sarebbe la nostra vita senza arte.
Proviamo a pensarci per un attimo. Fatelo anche voi. A me viene in mente “il grande fratello”.

Lo spettacolo di circa 2 ore è sempre spumeggiante come una coppa di vino nuovo, fragrante come il pane ancora caldo e a tratti farsesco, come se gli attori volessero prendersi gioco del pubblico.

Bella la scenografia di tappeti, un tavolone lungo metri e metri, piante semoventi, due tastiere, due musicisti attori.
La musica è dal vivo, composta da Andrea Nicolini, a mio avviso rappresenta il destino: giochi armonico melodici sbilenchi, crepuscolari; poi “ballerecci” e festaioli, guidano e sottolineano l’azione teatrale proprio come il destino manovra le nostre vite.

Un oggetto non previsto che entra a far parte della scena - l’attore che interpreta Claudio si è fratturato un piede qualche giorno prima e recita con le stampelle - accentua la precarietà della condizione del personaggio Claudio, l’innamorato di Ero. Ha quindi senso per rendere drammatica la sua condizione di innamorato tradito, o sarebbe meglio dire, innamorato che crede di essere stato tradito. Anche questa forzata variazione potrebbe far ricordare il teatro “a canovaccio” della commedia dell’arte.

Molto rumore per nulla parlerebbe d’amore e di odio. Di intelligenza e stupidità. Di amicizia e di inganni, a fin di bene e male. Di maschere. Lavia utilizza la trama dell’opera cinquecentesca ponendo l’accento sul tema dell’autenticità e dell’alienazione.

Lo fa con quello che sembra apparentemente una trovata scenica: gli attori sono vestiti come abiti semplici e tutti uguali.

I vestiti d’epoca, abbastanza sobri, all’inizio della spettacolo sono adagiati per terra, e gli attori indossano pantaloni e canottiera nera.
Vengono indossati solo in alcuni  momenti, quando c’è bisogno di comunicare ufficialità per definire un contesto specifico dell’azione. Un’ intuizione apparentemente banale che risulta essere alla fine la chiave interpretativa per questa messa in scena che diventa, anche per questo, bene caratterizzata ed originale.

I personaggi trovano forma esclusivamente grazie alla recitazione, definiti dalle movenze e da ciò che dicono. L’espressività corporea è quindi spinta oltre e così pare che ogni personaggio, indipendentemente dall’abito, sia fortemente diverso dagli altri.

Il bravo regista tira fuori la l’anima dei personaggi  facendo a meno dell’uso di un costume, di una “maschera”.

A non togliersi più la maschera, gli abiti d’epoca,  sono Don Juan, e suoi due sgherri, Borraccio e Corrado. Sono loro a tramare, per invidia e per generare sofferenza, l’inganno che monterà la calunnia a causa della quale il primo tentativo di matrimonio tra Claudio ed Ero andrà a monte.
Altri a essere sempre vestiti con abiti d’epoca sono i militari della Ronda notturna (anche se quando si svestono escono di scena a cambiano ruolo: sono loro che suonano dal vivo) vestiti da soldato.

Quindi il l’abito diventa quello oggetto che accomuna i cattivi e gli scemi.
Perché?

Chiaro:  chi lavora per il male è costretto a trasfigurare la verità ed ha bisogno dell’abito per sembrare credibile e nascondere la falsità dietro sembianze da uomo d’onore.

Ma anche lo stupido ha bisogno dell’abito, ne necessità perché solo così diviene utile. Lo stupido esiste solo se ha un ruolo. Lo stupido si immedesima in quello che fa, non può essere se stesso - in quanto stupido non sarebbe accettato - ma deve essere quello che vogliono gli altri.

Ed è per questo che in questa trasposizione trionfa l’importanza dell’essere se stessi. Il bene si manifesta attraverso l’animo dei personaggi “buoni”, coloro che sono in una puntuale identità tra l’ essere e l’ apparire.

 Laddove non vi è coincidenza perfetta fra queste due sostanze, si lascia spazio al male, quel male che in questa opera è destinato ad essere sconfitto.

Ora il vero si manifesta anche in tutta la sua bellezza, come fa l’amore. E il bello trionfa sempre, Governo e FUS permettendo.

 


Scheda:

TRADUZIONE di Chiara De Marchi
CON Salvatore Palombi, Alessandro Riceci, Francesco Bonomo, Lorenzo Lavia, Pietro Biondi, Mariano Anagni, Matteo Micheli, Alfredo Angelici, Daniele Dirotti, Alessandro Cangiani, Fabio Massimo Amoroso, Andrea Nicolini, Viviana Lombardo, Matteo Micheli, Faustino Vargas, Tamara Balducci, Federica Di Martino, Giovanna De Maio, Giorgia Salari
COSTUMI DI Andrea Viotti
MUSICHE ORIGINALI DI Andrea Nicolini
REGIA E SCENE DI Gabriele Lavia
Teatro di Roma - Compagnia Lavia Anagni


  Foto di repertorio presa da qui

 

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Fonte: Redazione

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