Questo monologo, ambientato in un sobborgo metropolitano di Parigi è un ode al nichilismo, è un grido estremo, ultimo, contro la vita e contro l’amore che non c’è.
Claudio Santamaria, personaggio noto per tv e cinema, rende bene il personaggio e riesce a coinvolgere il pubblico in un crescendo di emozioni che hanno come comune denominatore il senso di disperazione. Un fiume di parole per uno spettacolo di un ora circa, recitato con naturalezza e immedesimazione da questo giovane attore che si cala nella parte come uno sciatore nella sua tuta si lascia andare a sci pari per una “pista nera”.
Puttane, omosessuali, passanti incuranti, incapacità di comunicare e di accettare il mondo perché questo non accetta noi. Il tutto ambientato in un sobborgo di Parigi che poi è uno spazio qualsiasi con una metropolitana e la pioggia che definiscono un non luogo dove l’individuo transita cercando asilo negli sguardi altrui.
Il nostro personaggio decide di confrontarsi con le cose e le persone e vuole perdere la partita. Koltès, con martellate di paura e picconate di rabbia, seppellisce pietra dopo pietra idealità ed idealismi.
Come un cane che per difendersi abbaia, l’uomo di Koltès appare disadattato e attacca un sistema composto da genti inconsapevoli che si muovono affaccendate dai ritmi metropolitani. Un uomo che si sente sottotiro, solo, non amato e che cerca la salvezza nella disperazione. Un viandante alla ricerca di un camera per la notte come di un qualsiasi atto di considerazione, di un gesto d’amore che non arriverà.
Koltès non accetta se stesso e generalizza la sua lotta rapportandola all’universale mondo dei senza amore. Rivolgendo contro l’universo la sua disperazione urlata, si cala nella parte del disadattato, incapace di conformarsi ai modi dell’uomo troppo impegnato a sbarcare il lunario a colpi di rapina.
L’uomo e la sua sofferenza sono quindi appostati ai bordi artificiali di una foresta: una fitta boscaglia che rappresenta quella falsa via d’uscita, dove la morte colpisce come un premio.
Una riserva di caccia che noi chiamiamo civiltà.
Una selva popolata da uomini che sparano a tutto ciò che ha diverso colore, da cecchini che colpiscono tutto ciò che si muove.
Koltès grida odio dai margini di questa foresta, nella speranza di trovar forza e coraggio per gettarvisi dentro, mettersi in mostra e muoversi.
___________________
La notte poco prima della foresta
di Bernard- Marie Koltès
traduzione di Luca Scarlini
musica originale Giuliano Sangiorgi
sassofono Raffaele Casarano
scene Carmine Guarino
opera installativa Loredana Longo
costumi Caterina Nardi
installazione sonora Giuliano Lombardo
assistente alla regia Daniela Perticarà
regia Juan Diego Puerta Lopez
Vai all'evento
La foto è presa da qui